Una sfida primaria e cruciale per la vita umana in società è stata fin dall'inizio, e lo è tuttora, quella di affrontare la guerra di tutti contro tutti, affinché gli individui possano sopportare il dolore derivante dalla convivenza sociale.
I nostri istinti, così potenti e irrazionali, causa di dispute sanguinose e letali, devono essere addestrati fin dalla nascita.
I primi agruppamenti umani sono apparsi concomitantemente con e le prime religioni e le prime leggi sicuramente necessarie per mitigare l'inevitabile sofferenza dei confronti emersi nella convivenza sociale.
Eppure, domare l'aspetto più animale dell'Homo sapiens è un'impresa da Sisifo, quel personaggio mitologico la cui punizione divina consiste nel trasportare in salita un roccia tremendamente pesante che, una volta raggiunta la vetta, rotola sempre a valle, costringendolo a ripetere lo stesso sforzo. E questo movimento di su e giù si ripete eternamente. Proprio come la gravità attrae il masso verso il basso, i desideri umani, se imbavagliati, repressi e repressi, non perdono mai forza. Al contrario, spesso si rafforzano di fronte a forze contrarie.
Fino a un certo punto dell'umanità, si crede che ci sia una ricompensa nell'aldilà per coloro che vivono una vita retta; dolori dell'esistenza cesseranno per i "buoni e pii", purché si rassegnano davanti ai nonsensi di questo mondo effimero.
Allora, in quel mondo credente il Paradiso, l'Inferno e la Provvidenza avrebbero guarantito che coloro riusciti a vivere senza peccare sarebbero ricompensati nell'aldilà.
Dal Rinascimento, tuttavia, questa idea di ricompensa nell'aldilà non viene più presa sul serio. Questo è tutto a cui si riferisce Nietzsche quando nel Zarathustra annuncia che "Dio è morto".
L'interazione sociale, nella metafora del porcospino di Schopenhauer, genera sempre, prima o poi, pungoli sanguinosi. Le spine provengono dal confronto dei nostri desideri con quelli degli altri, mai pienamente complementari tra individui, se non per brevi periodi di illusioni condivise.
Oggigiorno, l'aldilà non ne basta più a dare un senso alle concrete, inevitabile sofferenze della vita, nemmeno basta per fare l'esistenza più sopportabile. La pace solo viene assicurata dalla negazione, attraverso il rifiuto radicale di tutto ciò che può generare conflitto, frustrazione e dolore. I giorni perfetti non possono implicare il coinvolgimento romantico, l'attaccamento alle persone, il desiderio di competere, la corsa al denaro, i rapporti familiari o l'ambizione professionale. Tutto ciò che può dare piacere è rischioso, genera conflitti e ferite più o meno dolorose, spesso letali nel breve o nel lungo termine. Pertanto, la perfezione può derivare solo dall'accontentarsi della pace. Una pace vera e duratura, difficilmente distinguibile dalla pace dei cimiteri.
La letteratura brasiliana ci dà un aforisma intorno alle scelte di Hirayama:
Riobaldo Tatarana da "Grande Sertão: Veredas", del grande scrittore filosofante João Guimarães Rosa, dice:
"Vivere è molto pericoloso!"
Da questa verità, la scelta dell'ultimo uomo" [letzter Mensch] da "Così parlò Zarathustra", figura che Hirayama incarna perfettamente, è quella di sfuggire a tutti i pericoli. Si limita a perdurare sulla Terra in una terribile solitudine, privo di ogni aspettativa.




