Ulisse e le Sirene, da John W Watrouse, 1891
Ulisse non doveva
avvicinarsi all'isola delle sirene, il cui canto,
si diceva, era così meraviglioso da poter dominare completamente i sensi di un
uomo, conducendolo all'estasi sensuale e all'abbandono di tutte le maschere
imposte dal suo "Io". Tuttavia, dopo tanti anni trascorsi a bramare
l'amore di Penelope, e sull'orlo di
un'esplosione di desideri carnali, non ha potuto trattenersi e decise di andare
incontro a loro.
Astutamente, ordinò ai suoi rematori di tappare
completamente le loro orecchie, ma non le sue stesse. Ordinò anche di legarlo
strettamente all'albero maestro della nave, in modo da impedir a lui, un
muscoloso e coraggioso eroe della guerra di Troia, di liberarsi da solo.
Non tardarono
a trovarle. Infatti, il loro canto eccitò e ammaliò completamente Ulisse,
conducendolo al culmine dei culmini di piacere. In uno stato così stregato,
implorò i rematori di liberare il suo corpo, ma invano.
Qualsiasi essere umano che abbia vissuto un incontro profondo con i desideri,
il corpo e l'anima di un altro – abbastanza intenso da sospendere il tempo e
toccare l'Eternità – è in grado di intravedere la delizia e il dolore di Ulisse
nell'udire quel canto proibito.
Quale dolore?
Quel dolore che ci viene dall'imposizione di tornare alla percezione comune del
tempo, costringendoci a rifugiarci dietro le nostre maschere sociali.
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